20 marzo 2008

12 AGOSTO 2007 + KALAMAZOO + RED ROOM= A GONZO REPORT

Un giorno il dio pillallo mi spedì a Kalamazoo. Disse che là c'era del gran rock'n'roll e che insomma non facessi tante storie. Il fatto è che a Kalamazoo c'ero già passato una volta, in treno, e l'unica cosa che ricordavo davvero era solo una gran massa di niente e della ruggine che sembrava essersi posata un po' ovunque. Quindi non è che proprio smaniassi dalla voglia di tornarci. Il dio pillaloo però è uno di poche parole: aveva accennato vagamente a una "red room" e poi si era volatilizzato sulle note di "This Is Folk Music" di Mudboy. Per quel che ne sapevo avrei potuto trovarci anche il nano di Twin Peaks, nella Red Room. Ma le vie del signore sono infinite e come per incanto ci troviamo a metà agosto lontani da spiagge, beach volley e culi. Siamo invece precisamente al 611 di Oak Street, classica via moribonda di un posto già morto da tempo e sede della prestigiosa "Alternative High School" su cui c'interrogheremo a lungo (che s'insegnerà? quanto durano le vacanze? perché siamo ormai troppo vecchi per iscriverci?). A darci il benvenuto davanti casa c'è un bel divano carbonizzato, file di case deserte, più in là negozi chiusi che per mangiare siamo dovuti andare a cercare l'unico posto aperto: una pizzeria. Da asporto. Sappiatelo: la pizza americana è il vero noise, una delle piaghe d'egitto che il dio pillaloo ha mandato chissà quando sul Michigan e che. a posteriori, spiega molte cose sulle musiche che si possono ascoltare da quelle parti. Quando Mosè ha attraversato il deserto col popolo eletto se dal cielo invece che manna fosse piovuta la pizza americana la bibbia sarebbe finita lì. Comunque ad aspettarci al nostro ritorno ci sono Miles Haney (Evenings/Tapeworm Tapes/Wigwam) che è anche il padrone di casa e Josh Bertram degli Our Brother the Native. Apprendiamo quindi che la Red Room non è un locale nè una vineria e purtroppo neanche uno stripclub. E' come tutte le altre cantine viste fino a quel momento, e cioè il classico posto dove puoi sgozzare qualcuno in tutta comodità e poi magari farti anche una birra fresca. Anzi c'è pure un tavolo apposito con su scritto "MURDER" come in quei cartelloni in cui si dice "voi siete qui..." il cui corollario in questo caso è "... e ora sono cazzi vostri". Ridacchiamo ma intanto cominciamo a guardarci le spalle. Dispiace sopravvivere alla pizza americana per poi finire a fettine in una cantina. Al piano di sopra si scratcha su un disco degli AC/DC e fa bella vista di sé un posterone dei Misfits. Le stanze profumano intensamente di epatite c. Dando un'ulteriore occhiata in giro intuiamo anche perché la cantina si chiama "red room", ma l'effetto è amplificato dal momento che anche le lampadine che pendono dal soffitto sono rosse.

Quando gli Our Brother The Native cominciano a suonare cala ulteriormente il buio perché alla sinistra del "palco", sul solito lenzuolo, vengono proiettate immagini di vecchi 8mm, quello che sembra una specie di ritrovo familiare di chissà quanti anni fa, immagini sgranate che si sovrappongono alla suggestiva musica evocata dal duo, entrambi davanti alle loro macchine di cui intravedo solo display luminosi. Si staglia a malapena la silhouette di Josh che comincia a disegnare qualche pattern sfocato su cui scivola il classico gorgheggio ultraterreno alla Sigur Ros. Poco più in là, nel buio più profondo, arranca Bill Salas impegnato a dare spessore ritmico ai loop di voce e chitarra creati da Josh. Il pubblico - che è il solito misto di nerd, scenester, suicide girls e gente capitata lì per caso - sembra apprezzare, al di là del fatto che semo tutti amici e Josh giochi pure in casa essendo cresciuto qui. L'atmosfera continuamente sospesa rischia di annegare le intuizioni che pure ci sono e che si affacciano volentieri in mezzo a flussi e riverberi. L'esibizione in effetti ha mostrato entrambe le facce della medaglia: da un lato le potenzialità di un "suono" ancora prima che di una musica, e dall'altro il rischio di perdersi da un momento all'altro. Sarebbe utile a questo punto andarsi ad ascoltare il cd appena uscito per la Fat Cat, "Make Amends, For We Are Merely Vessels".

Ma intanto stasera abbiamo l'occasione di goderci una fetta di Brooklyn con ben tre gruppi emergenti della scena. Il buon Bill Salas infatti fa appena in tempo a ricomporsi che già tocca di nuovo a lui che si sistema dietro le pelli e dietro una batteria elettronica. E' la volta infatti dei These Are Powers, gruppo di Pat Noecker, ex bassista dei Liars , e che potrebbe darci un po' di quel rock'n'roll per cui siamo venuti fin qui. A completare il trio c'è l'orgonica Anna Barie, chitarra, voce e campanaccio. Allora: non fanno South Haven dal loro primo ep e me ne faccio una ragione, ma in compenso c'è tutto quella che una cosa chiamata "ghost punk" può regalare. Tanto perché non vi ammazziate a cercare che cosa sia il ghost punk chiariamo subito che non esiste neanche come sottogenere, è una definizione inventata dal gruppo che vuol dire più o meno che fanno un post-punk scuretto, poca melodia e tanta voglia di costruire dei pezzi in grado di restare in piedi da soli. Ok, non credo di aver chiarito le idee. Giudicate voi. In ogni caso un po' spettrale è senz'altro Pat, l'ombroso bassista che probabilmente è stato cacciato dai Liars perché non rideva alle loro barzellette, in trance mistica quando canta e un tutt'uno con lo strumento che tira giù bordate non da poco, specie se poi lo fa sfrigolare contro le casse. Sintesi riuscita della loudness del noise-rock e delle strutture ritmiche del post-punk (aggiornate per di più grazie alle macchine di Salas) la musica dei These Are Powers al momento non dice niente di nuovo ma riesce a essere tremendamente catchy, anche quando sprofonda nel già sentito dei Sonic Youth in un giorno di pioggia. Non meraviglia quindi scoprire che è proprio verso una maggior apertura del suono che stanno lavorando, in una versione meno esagerata del disco-punk. C'è un nuovo ep in uscita per la Hoss che potrebbe dirci qualcosa di più in merito. Dal vivo è Anna la vera frontman, capelli, gambe e tutto quanto, con la voce che urla più del campanaccio, la chitarra minacciosa e adescante. I tre sono sistemati nel verso più lungo in una Red Room sempre meno red e dove il tasso alcolico comincia gradatamente a salire. E' il momento che, sulle note sospese e allucinanti di Makes Visible e per quell'empatia che solo il rock'n'roll, l'alcol e i soldi sanno creare, cominceresti ad abbrancare qualcuno fra il pubblico. Ma è una fortuna invece aver tenuto le mani a posto: quando si riaccendono le luci i ragazzi hanno i capelli lunghi e le ragazze i capelli corti.
Che le cose musicalmente continuino a essere serie ce lo dice Hisham (Akira) Bharoocha che si sistema dietro una doppia batteria, tradizionale ed elettronica, per dare vita alla sua creatura Soft Circle. Transfugo dai Black Dice dai tempi di "Beaches and Canyons" il nostro sembra ricominciare il discorso proprio da quell'album in versione anche più estatica. Progetto solista a tutti gli effetti Hisham alterna vocalizzi, prontamente rilanciati in loop, e una texture minimale e ripetitiva alla solita gragnuola di colpi sulle pelli. I pezzi da Ascend in poi vengono snocciolati e sbriciolati più o meno tutti quanti, e se da un lato sono perfettamente aderenti agli originali dall'altro suonano molto più vivi e dinamici. Il misticismo dell'insieme viene spazzato via dalla batteria che a momenti cammina da sola, tanto che comincio seriamente a preoccuparmi quando il solito Bill - che è proprio davanti a me - si tappa le orecchie. A conti fatti è il musicista più noto e con più esperienza e devo dire che si sente. Resta da vedere che combinerà d'ora in poi ma restiamo fiduciosi. Il pubblico va e viene, i solito quattro gatti, qualcuno in più forse, del nano di Twin Peaks ancora nessuna traccia ma so che prima o poi si farà vedere, magari al prossimo concerto, camicia rossa e tutto quanto.

E rosso-arancione è la copertina dell'ep degli High Places che arraffo subito dopo il concerto per pochi dollari per saperne di più su questo duo che solo ora comincia a far parlare di sè. Coppietta tanto innamorata quanto affiatata quella di Mary Pearson e Rob Barber che fra sguardi languidi, campionamenti, percussioni metalliche e melodie che si arrampicano su dei stranianti ritornelli pop fanno la loro sporca parte. Anche in questo caso dal vivo le canzoni suonano molto meglio che sull'ep dove sembra tutto più scolorito. La voce di Mary è innocente e sognante ma qui suona molto più "vera" e storta, e anche Rob si da un gran da fare con macchine e percussioni, fra improvvisi richiami new-wave e alla psichedelia del giro Animal Collective. L'effetto comunque è molto meno arty di quanto sembri, anzi è la cosa più vicina all'indie della serata che forse era giusto che si chiudesse con un po' più di leggerezza. Per dire: se su disco i glitch avrebbero eventualmente avuto un senso qui sarebbero stati schiacciati dal resto. Non male e da risentire anche se obiettivamente il meglio l'han fatto vedere These Are Powers e Soft Circle. Fa quasi tenerezza alla fine la scena di tutti e quattro i gruppi dietro il banchetto che un po' imbarazzati aspettano che qualcuno li ripaghi di tanto sbattimento, prima di caricare di nuovo il furgone e ripartire per la prossima destinazione. Debosciati american guys che non siete altro... già siete entrati gratis non fatevi pregare e compratevi almeno qualche cd. "Chi ha il pane non ha i denti" dicevano i nostri vecchi. Ma mi consola il fatto che tuttora molti di loro debbano fare i conti con l'epatite c.

(la prima e l'ultima foto - le più belle insomma - sono di carlo cravero)

2 commenti:

VM ha detto...

Kalamazoo regna.
Oh, intanto mi raccomando, partecipate al neonato forum di Scarbox - un po' la versione nostrana del forum Troniks, per capirci. Ecco il link:
http://www.scarbox.net/forum/

Roberto A. Canella ha detto...

fatto. appena posso posto il secondo report...